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La reale importanza del risultato calcistico

09 Jul 2007

di l'ingrato | Girotondo

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"Non esiste un calcio migliore in teoria di un altro,il calcio migliore è quello che vince".La frase fu attribuita a Fabio Capello:vera o falsa che sia,contiene il concetto che fa da guida a tutti coloro che - sui giornali o al Bar dello Sport - analizzano,o pretendono di analizzare,un avvenimento calcistico (e in generale sportivo).Ci si basa su una presunzione:chi vince è sempre il più bravo.
Si tratta di un criterio di valutazione per lo meno discutibile e che suscita qualche interrogativo.Uno su tutti:è possibile presumere che una vittoria sia sempre determinata dalla bravura?Non possono intervenire altri fattori?Non può essere dovuta,in qualche maniera,al caso?Non ci sarebbe nulla di scandaloso,in fondo:ma basterebbe ammetterlo.Non può,poi,essere dovuta a qualcosa di più complesso?In fondo,siamo in Italia.In un Paese in cui una squadra ha vinto due campionati e se li è visti revocare per irregolarità.Senza farla troppo lunga,a me pare che un simile modo di vedere lo sport e il calcio dimentichi di fare alcune necessarie considerazioni: e siccome la cultura sportiva di un Paese - e i conseguenti risultati - dipendono proprio dai criteri di valutazione degli avvenimenti sportivi e della qualità degli atleti e delle forze in campo,direi che vale la pena di affrontare il dibattito.

Prima considerazione. Tanto per cominciare,occorre chiarire che delle due l'una.O davvero l'unica maniera per giudicare un avvenimento sportivo è il risultato,oppure occorre tenere conto di quello che succede prima che si formi il risultato.Se è vera la prima affermazione,ogni dibattito che riguardi lo sport e il calcio è inutile,e tutti coloro che vengono proclamati(o,più spesso,si proclamano)intenditori di calcio,non lo sono affatto,visto che a leggere un risultato sono buoni tutti.Se,viceversa,è vera la seconda affermazione,questo viene a significare che fino ad oggi il dibattito calcistico e sportivo,in Italia,è stato fatto su basi sbagliate,e non ha dunque credibilità.

Seconda considerazione. Purtroppo,in un Paese dove la panza prevale sul cervello,l'alternativa ad una tesi discutibile è generalmente altrettanto discutibile:nel calcio e nello sport non conta il risultato,quello che conta è lo spettacolo.In realtà si sa che chiunque prenda parte ad una competizione agonistica vuole vincere e che nessuno vuole il semplice spettacolo.Giusto?Sbagliato?Io ritengo che se vogliamo contestare efficacementela tesi per cui il risultato è l'unico metro di valutazione possibile,occorre mettere da parte ogni valutazione di tipo puramente etico(che non significa,come vedremo,mettere da parte le regole e lo spirito dello sport)e proporre,invece,queste due semplici eccezioni.
1)E'del tutto normale - giusto o sbagliato che sia - che un atleta,un allenatore,un dirigente,un tifoso vogliano vincere e che vincere,per loro,sia non la cosa più importante ma semplicemente l'unica.Quello che non è normale è che valga la stessa cosa per chi valuta - o pretende di valutare - lo sport dall'esterno.La vittoria è importante per una parte,e chi scende in campo è per forza di parte:la parte sua,della sua squadra,della sua nazione.Chi formula un'opinione,invece,non è di parte:e,se vuole essere credibile,non lo deve essere.
2)Chi scrive non ha mai praticato uno sport e non capisce granché.Ma da appassionato ha notato una cosa.Il bello dello sport è che nello spazio di una gara,di una partita,di una competizione,tutti possono avere ragione. Tutti possono vincere.Anche chi,teoricamente,aveva dei limiti.Possono sempre intervenire quei fattori che possono chiamarsi Palle,Culo o Incapacità(dell'avversario).Ma alla lunga,a gioco medio-lungo,emerge chi realmente ha lavorato in maniera tale da potere essere vincente.In sostanza,tutti possono vincere,ma solo chi lavora in un certo modo può confermarsi e,come si dice in gergo, "aprire un ciclo".(Ovviamente,come per tutti i fenomeni umani,sono ammesse le eccezioni.Ma vanno considerate come eccezioni).Cominciamo con l'affermare che chi si presenta in campo con una preparazione tecnica e atletica inferiore ad un minimo necessario,può - con ammirevole carattere e forza di volontà - vincere,ma non confermare la sua vittoria.Aggiungiamo che,negli sport di squadra,chi si affida esclusivamente alla qualità degli individui,senza però predisporre un'efficace organizzazione "tattica"in grado di prescindere dalle forze individuali,può - anche qui,con un presupposto minimo indispensabile che è l'unità del gruppo - vincere occasionalmente,ma non confermare la sua vittoria.
Concludiamo ricordando che chi non rispetta le regole può vincere una volta,ma non confermare la sua vittoria.Perché chi rispetta le regole ha generalmente maggiori capacità di chi non le rispetta;perché prima o poi chi è deputato a far rispettare le regole scopre la magagna;perché anche se questo non succede,prima o poi saranno gli avversari a farsi furbi,nel senso che non si faranno più fregare,ma anche nel senso che ti fregheranno loro a loro volta,in un Far West senza regole in cui è impossibile lavorare e dunque - rieccoci - avere la possibilità di aprire un ciclo.

Sono perciò convinto che l'importante - per chi analizza dall'esterno il calcio e lo sport - non è vincere,ma piuttosto confermarsi ad alti livelli.Chi fa sport in Italia,questo lo sa:ci sono discipline in cui l'Italia è davvero leggendaria, ci sono stati anni in cui c'è stato solo l'azzurro.La pallavolo,la pallanuoto,il canottaggio.Forse proprio perché si tratta di sport meno seguiti e dunque meno esposti alle grinfie di una critica miope.Chi manca all'appello è il calcio.Se si farà come si dovrebbe fare nella politica e nell'economia,e si privilegerà il lungo termine al breve termine,l'Italia del calcio potrà entrare nella storia a pieno titolo,e non solo con qualche competizione occasionale come capita negli ultimi anni(l'unica vera,grande,leggendaria vittoria rimane il Mondiale del 1982).E forse,il Blatter di turno ci consegnerà la Coppa senza nascondersi.

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