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Monologo per un delitto

14 Apr 2007

di Luta | Girotondo

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L’altra sera ho finito quelle sessantanove pagine con dentro una terribile tristezza.
Con tanti pensieri e tante riflessioni.
La bocca asciutta di chi non ha parole.
Le ho riprese e mezz’ora dopo ero di nuovo lì, nelle condizioni già descritte.
Ed ho riletto alcuni passi sparsi.

Le sessantanove pagine di cui parlo sono le pagine del libro “Niente, più niente al mondo” di Massimo Carlotto.
Un “monologo per un delitto”.
Un monologo della disperazione.
Il monologo di una donna che non ha più niente.
E che “niente, più niente al mondo” le permetterà di realizzare la vita che avrebbe sognato.

Una vita passata a cercare le offerte più convenienti nei discount di una periferia grigia e quasi disumana.
La periferia dei quartieri operai di Torino.
Ed il dramma di vivere pensando al cedimento.
Al cedimento del corpo non più giovane.
Al cedimento dello status lavorativo.
Al cedimento delle speranze.
Allo sconforto.
Vivere pensando a quando non ci si potrà più mantenere.
Vivere pensando a quando la vecchiaia arriverà inesorabile.
Vivere pensando ad una figlia che è tutto tranne ciò che si sperava che fosse.

La vita di una donna.
Una vita pericolosamente in bilico.
In bilico tra le ore da fare a casa della signora Baudengo e dalla signora Masoero.
E notare ciò che non si è.
Perché si arriva ad un momento in cui ci si ritrova a vivere una non-vita.
Una vita vuota.
Una vita grigia.
E ci si ritrova davanti ad una donna.
Ormai sola.
Con una famiglia che non ha obiettivi.
Con una figlia ventenne che ha tradito le sue aspettative.
Una bella “bambina” che non ne vuole sapere di diventare come la tanto ammirata Alessandra della televisione.
Eppure basterebbe così poco! Piegarsi a far la “cretina” in tv.
E invece?! Invece tutto il giorno sullo scooter per far le consegne.
Con jeans e maglioni sformati. “Una delusione la bambina”.

E l’eterno conflitto con gli ideali insensati di una madre che affoga le giornata nel vermouth, davanti ad una tv eterna fonte di modelli distorti.
Ed il conflitto che prende il sopravvento nella vita quotidiana.
La figlia che riempie la casa di ciapapóer, di inutilità, quelle inutilità delle “collezioni in edicola” per il solo gusto di entrare in contrasto con la madre.
Ed un padre incapace di imporsi.

La difficoltà di accettare gli extracomunitari.
Perché lei “sta con l’Umberto”.
E loro rubano il lavoro.
Le loro donne vanno a servizio per 2.50€ all’ora…
E così poco ci vuole a telefonare alla polizia per denunciare Abdel, quel tunisino che ronza intorno alla sua bella bambina. Perché un nipotino color caffellatte proprio non va, proprio non va bene.

E le parole irose vengono raccolte meticolosamente in un piccolo diario da quella bambina non più bambina.
E le feroci critiche al tentativo della madre di avere una famiglia come l’ha sempre desiderata.
E le passeggiate in centro fingendo di essere quello che non si è.

Ed i conflitti, si sa, quando raggiungono il culmine non si spengono lasciando cenere e fumo.
No. Si spengono nel peggior modo possibile. Con il maggior dolore per chi sopravvive.

“Dunque… una vita normale. Padre, madre e figlia. Sì, dirò così. Padre, madre e figlia. Famiglia piemontese. Madre. Figlia. La mia bambina.
[…]
E’ stato un incidente. Non so come sia successo. Sono sempre stata una buona madre.”


Niente, più niente al mondo
di Massimo Carlotto
anno 2004
edizioni e/o

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